| Saluto ai partecipanti |
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| Scritto da Cardinale Angelo Sodano | |
| martedì 09 giugno 2009 | |
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Un comune desiderio ci ha riuniti oggi in questa casa francescana: è il desiderio di far conoscere ed amare sempre più la grande figura di un Apostolo dei tempi moderni, il Cardinale Guglielmo Massaja, un Servo di Dio che è a tutto noi caro.
In Italia è sorto un Comitato Nazionale per coltivare la sua memoria e già l’11 dicembre scorso si è avuto qui a Roma un Convegno di studio su di lui nel teatro dei Doscuri. Era, quindi, giusto che anche l’ordine dei Frati Minori Cappuccini riproponesse all’attenzione degli uomini d’oggi la grande personalità di questo vero figlio del Poverello d’Assisi, un missionario in cui sembrano rivivere i Fioretti di san Francesco, con la santità di vita, la serenità nelle tribolazioni, l’ardore apostolico proprio dei grandi missionari della storia della Chiesa. Certo, il pensiero va in questo momento al bel paesino del Monferrato, ove il nostro Cardinale è nato proprio un giorno come ieri, l’8 giugno del 1809. Il pensiero va alla vecchia comunità parrocchiale di Piovà, e poi a quella diocesana di Asti, ove egli si è formato nel corso della sua gioventù. Il pensiero va poi alla Provincia Piemontese dei Cappuccini, ove egli si era preparato alla vita religiosa ed all’ideale missionario. Ma soprattutto il nostro pensiero va all’immenso campo d’apostolato, ove egli per trentacinque anni ha tanto lavorato, con una impresa gigantesca che ancor oggi ci stupisce. Come Cardinale di Santa Romana Chiesa, io oggi vorrei portare a tutti i presenti il saluto del Collegio Cardinalizio, che sempre ha visto nella figura del Card. Massaja una delle figure più eroiche dei suoi membri. Ricevendo il capello cardinalizio, il nostro Missionario Cappuccino dovette ripetere anche lui la formula di essere disposto a lavorare per la diffusione del Regno di Dio e per il bene della Santa Chiesa “usque ad effusionem sanguinis”, fino allo spargimento del sangue. Ma tale proposito egli l’aveva già fatto, fin da quando aveva accettato la missione che il Papa Gregorio XVI gli aveva affidato, nel lontano 1846, chiamandolo all’Episcopato e destinandolo a postare il Vangelo Cristi nel difficile territorio dei Galla. Da parte mia, vorrei oggi esprimere il voto che in questo convegno noi approfondissimo un aspetto finora meno considerato della figura di questo Vescovo missionario, cioè la sua santità di vita. Bene ha fatto il noto scrittore Alessandro Pronzato a dare come sottotitolo alla recente biografia del Massaja: “Un Santo dimenticato”. Dopo aver descritto nella prima parte del libro le varie fasi del suo apostolato sotto titolo: “Un grande avventura fatta di innumerevoli disavventure”, egli giunge a porre il titolo seguente alla seconda parte della sua bella pubblicazione, e cioè: “Se questo non è un santo”! I nuovi studi potranno certamente far risaltare quel fuoco di carità, che il grande Cappuccino aveva attinto dal cuore di Cristo e che lo portava a sacrificarsi per i fratelli, disposto anche ad accettare, se necessario, la croce del martirio. Certo, nelle decisioni umane, anche i Santi possono talvolta sbagliare, come ogni figlio di Adamo. Leggendo “a posteriori” la vita dei Santi anche io ho notato come ognuno di essi avesse dovuto inevitabilmente i suoi limiti. Leggendo in questi giorni una nuova biografia di S. Giustino de Jacobis, il Vicario Apostolico dell’Abissinia settentrionale, ordinato Vescovo a Massaia proprio dal nostro Card. Massaja, il 7 gennaio del 1849, ho potuto ad esempio conoscere anche alcuni aspetti del suo operato che oggi sembrano discutibili, proprio sul rapporto fra missioni e potere politico. In quel periodo le potenze europee, soprattutto Gran Bretagna e Francia, si contendevano le loro zone di influenza. L’Italia iniziava pure ad entrare in contatto con il mondo africano. Il santo missionario vincenziano, pur dicendosi contrario alla commistione fra politica e missioni, dall’altro canto si definiva “per genio ed elezione francese” . Anche “La Civiltà Cattolica” nel recensire recentemente la nuova biografia del De Jacobis, scriveva: “Uomo del Vangelo, non disdegnò di vagheggiare un protettorato francese sull’Abbisinia . Nel libro si accenna anche all’errore di trascurare la formazione dei nativi al sacerdozio, preferendo dei collaboratori europei. Di ciò però lo stesso De Jacobis ebbe a soffrirne. Degli otto compagni italiani, ben tre lasciarono là il sacerdozio. Ciò però non ha offuscato la grande santità del vita di Santo ed appunto per questo il Papa Pio XII lo dichiarò beato nel 1939 ed il Papa Paolo VI riconobbe come Santo il 26 ottobre del 1975. Nell’anno in cui morì il Card. Guglielmo Massaja, nel 1889, moriva pure un altro grande missionario dei tempi moderni, in altra parte del globo. Moriva il Padre Damiano Giuseppe de Veuster, Apostolo dei lebbrosi, nella lontana isola di Molokai, fino allora terra sconosciuta nell’arcipelago delle Hawai. Ebbene anche la sua beatificazione che avvenne solo nel 1995, ad opera del Papa Giovanni Paolo II, aveva dovuto subire ritardi, a causa di incomprensioni di suoi Confratelli Superiori, e soprattutto a causa delle calunnie al suo onore di religioso e di sacerdote. Ci erano poi state difficoltà per i Processi rogatoriali in varie Curie vescovili dell’Europa e dell’Oceania. Ma alla fine tutto si chiarì. Ho citato solo quest’esempio, ma se ne potrebbero citare molti altri, che possono ben farci capire come alcuni processi informativi su Cause di santi abbiano avuto bisogno di tempo, per mettere bene in luce la figura eroica di un candidato alla gloria degli altari, l’ambiente in cui visse, la fama di santità tra i suoi contemporanei. Noi qui in Italia abbiamo pure dovuto attendere la decisione del Papa Giovanni Paolo II per vedere glorificato come Beato il papa Pio IX, un Pontefice che per ben 32 anni guidò la barca della Chiesa fra le turbolenze politiche d’ogni genere. Certo, le difficoltà da superare nell’attento esame della vita eroica (al limite delle possibilità umane) del nostro grande Cardinale Massaja sono state davvero molte. Oggi però possiamo dire che tale fase sta per giungere alla conclusione e la barca sembra vicino alla riva. Abbiamo, quindi, la speranza che presto la Chiesa possa riconoscere le virtù eroiche di quest’insigne missionario Cappuccino, animato dall’ardore serafico di San Francesco e dallo zelo apostolico di San Paolo. “Guai a me se non evangelizzassi” (1 Cor 9, 16) aveva detto l’Apostolo delle genti. “Guai a me se non evangelizzassi” ripeteva l’instancabile Vicario Apostolico dei Galla! Questa è la sua gloria! A me non resta oggi che esprimere il voto che questo Convegno di studio contribuisca appunto a far ancora meglio conoscere la figura di questo grande Apostolo dei tempi moderni. |
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| Ultimo aggiornamento ( mercoledì 24 giugno 2009 ) |
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